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BLOG - MEDICINA E SALUTE

Disturbi dell'umore: ansia e depressione - Paola De Blasio



Ansia. Quando può essere considerata patologica?


L’ansia è un’emozione che tutti proviamo di fronte alla percezione di una minaccia e alla quale facciamo fronte mettendo in atto delle strategie il cui obiettivo è quello di ridurre o eliminare la minaccia, per poter ripristinare una situazione di equilibrio.


Può essere considerata patologica qualora le strategie messe in atto per fronteggiare la minaccia risultino inappropriate, generando una limitazione delle capacità di adattamento della persona e ostacolando il raggiungimento dei propri obiettivi.


Tenuto conto che l’ansia è un’emozione presente in maniera trasversale in diverse patologie, uno psicoterapeuta può essere di aiuto per valutare la problematica sottesa al sintomo ansioso ed individuare il trattamento più efficace per costruire insieme al paziente una situazione di equilibrio più adattativa.





Attacchi di panico. Che correlazioni ci sono con l’epoca della postmodernitá?


Il panico è una paura che non ha relazione, non ha sostegno. Ad un tratto, una persona, anche se circondata da molte persone, si sente sprofondare in una solitudine senza speranza, sperimenta picchi di terrore, avverte una angoscia profonda. Tremore, sudore, sensazioni di svenimento o di soffocamento rendono ancora più drammatica la sensazione emotiva. Dopo il primo attacco la persona rimane stordita e sbalordita perché non riesce a farsene una ragione, abituata come è a percepirsi serena e sicura di sé. A questo punto, abitualmente si innesca il meccanismo perverso della paura anticipatoria: la paura che torni l’attacco di panico senza preavviso con la conseguenza che la persona diventa sempre più insicura e riduce i propri spazi di movimento.


Nel contesto contemporaneo i legami di appartenenza sono labili, fluidi, fragili ed è più facile che accada all’improvviso di essere consapevoli della loro insostenibile e terrificante superficialità. Il panico è il sintomo del fallimento di una società così individualista ma può anche rappresentare un passo verso la sua cura perché attraverso il terrore del panico la società può entrare in contatto con la sua fragilità e richiamare l’Altro, trasformando il terrore in dolore, la precarietà in transitorietà e la debolezza in risorsa condivisa.


Vivere nella società postmoderna comporta imparare a stare nella complessità, nella incertezza e contemporaneamente cogliere le appartenenze possibili (fosse anche solo quella di condividere un destino di comune insicurezza e sradicamento).





Depressione. Cura farmacologica o psicoterapia?


Negli ultimi decenni si è verificato un aumento vertiginoso di pazienti diagnosticati e trattati per depressione ed un aumento altrettanto vertiginoso di prescrizione di antidepressivi. La idea dominante che la depressione fosse una malattia del cervello causata da un’alterazione dell’equilibrio biochimico, ha dato avvio ad una crescita esponenziale di vendite di antidepressivi.


Più che di una “epidemia” si tratta di un problema di diagnosi; sono cambiati infatti i criteri diagnostici, per cui la tristezza si è trasformata in un disturbo mentale. Nessuna evidenza empirica ha dimostrato che lo squilibrio chimico sia la causa della depressione. Inoltre i più moderni farmaci antidepressivi, chiamati genericamente serotoninergici, sono migliorati non per la maggiore efficacia clinica ma solo per la diminuzione degli effetti collaterali.


Affrontare la depressione con un trattamento psicoterapeutico significa confrontarsi con la complessità tanto della persona portatrice del sintomo quanto del contesto in cui la persona si trova ad interagire. Risulta necessaria una analisi approfondita della personalità della persona (i processi di sviluppo, gli schemi operativi, le aspettative, le emozioni che lo caratterizzano) tenendo contemporaneamente ben presenti le dinamiche esistenti nel contesto dentro il quale si muove o meglio “si immobilizza”. Solo dopo aver chiarito questi elementi si può pensare di costruire insieme alla persona un percorso di cura.




Emergenze, stress ed elaborazione del lutto - Margherita Massaiu



Cos’è la psicologia delle emergenze?


Si tratta di un’area della psicologia che si occupa dell’intervento a seguito di eventi potenzialmente traumatici. Generalmente ci si riferisce a questi come ad avvenimenti di  grandi proporzioni quali possono essere calamità naturali, disastri tecnologici, atti terroristici o calamità sociali, ma possono riguardare anche situazioni circoscritte alla vita quotidiana ma non meno critiche per chi le vive in forma più o meno diretta come possono essere incidenti stradali o sul lavoro, le aggressioni, i suicidi o gli atti delinquenziali violenti solo per citarne alcune.



Perché è importante l’intervento di uno psicologo dopo un evento potenzialmente traumatico?


È opinione condivisa tra gli esperti che non tutte le persone, a seguito di un evento potenzialmente traumatico, abbiano delle ripercussioni importanti dal punto di vista psicologico. Nella maggior parte dei casi, infatti, dopo un primo momento di normale difficoltà e destabilizzazione in gran parte dovuta all’eccezionalità dell’evento vissuto, riescono a tornare alla normalità senza conseguenze di rilievo.


In alcuni casi può invece accadere che l’iniziale sofferenza psicologica si protragga nel tempo compromettendo una o più aree della vita quotidiana della persona (relazionale, familiare, sociale e lavorativa) dovuta all’insorgenza e cronicizzazione di sintomi importanti seguiti all’evento, tra cui ansia, evitamento delle situazioni temute, depressione, insonnia, ipervigilanza e  flashbacks.


L’intervento dello psicologo in questi casi svolge una importante azione preventiva sia per quanto riguarda le vittime primarie (persone direttamente coinvolte nell’evento), sia le secondarie (familiari di queste e testimoni dell’evento) ed infine le vittime terziarie (operatori e professionisti coinvolti nelle operazioni di soccorso).



In cosa consiste l’intervento dello psicologo delle emergenze?


L’azione dello psicologo delle emergenze inizia solitamente nelle ore successive alla fase acuta dell’evento critico e può durare fino ad alcune settimane posteriori ad esso.


Dopo uno studio iniziale dell’impatto di questo (reazioni, numero di persone coinvolte, bisogni e natura dell’evento) si procede allo studio degli interventi più adeguati. Orientativamente, si possono strutturare interventi di gruppo, utili a ridimensionare i sintomi acuti e favorire una rielaborazione condivisa dell’accaduto e la normalizzazione delle reazioni e sintomi emersi, ed interventi di tipo individuale finalizzati invece al rafforzamento delle risorse della persona ed all’individuazione di casi particolarmente a rischio in modo che possano essere derivati ad un professionista per un accompagnamento adeguato dal punto di vista psicologico e/o psicoterapeutico, evitando o intervenendo in modo particolare sulla possibile insorgenza del cosiddetto Disturbo Post-Traumatico da Stress.


L’obiettivo non è mai dimenticare quanto è successo, ma fare in modo di percepirlo in modo che non comprometta il presente e che la persona possa dare un senso all’accaduto e convivere con l’esperienza vissuta.


Se hai vissuto un’esperienza traumatica e non riesci a superarla, prova a parlarne con un esperto: restiamo a disposizione per aiutarti.




Psicoterapia Familiare - Ester Borrego


In cosa mi può aiutare la psicoterapia familiare?


È possibile che nel corso della tua storia abbia vissuto situazioni familiari spiacevoli e / o traumatiche.

Se ha sentito mancanza di comprensione, poco sostegno familiare, situazioni di conflitto, abbandono, violenza e / o negligenza, queste esperienze possono aver condizionato la tua vita. La terapia familiare può aiutarla a risolvere le frustrazioni che hanno causato le difficoltà incontrate in famiglia.



Come funziona ?


Le visite settimanali o bisettimanali sono concordate in base alla situazione personale e alla gravità dei sintomi. Durante le sessioni, si facilita  il recupero personale e si lavora per riparare le ferite emozionali.



Cosa posso ottenere?


Durante la terapia, è possibile ottenere soluzioni efficaci per liberarsi delle frustrazioni che hanno caratterizzato i rapporti familiari, promuovere una convivenza più sana e ottenere una maggiore indipendenza emotiva.




La terapia EMDR come funziona? Un viaggio nella vostra mente  - Giulio Gios


La terapia EMDR come funziona?


Con la terapia EMDR il soggetto accede a informazioni mentali (consce e inconsce) correttive e le collega alla memoria traumatica, attraverso piccole indicazioni del terapeuta.

Questa metodologia è fondamentale e ampiamente riconosciuta nel trattamento dei traumi e delle loro conseguenze e della sintomatologia correlata.

Sfrutta l'alternanza di stimolazioni cerebrali destra/sinistra per ristabilire l'equilibrio eccitatorio/inibitorio permettendo così una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali e una risoluzione dei ricordi traumatici.



Come agisce la terapia EMDR?


La terapia EMDR procede tramite catene di associazione (ricordi correlati l'uno all'altro che affiorano alla memoria durante la psicoterapia) collegate agli stati psicologici profondi del trauma (elementi sensoriali del pensiero, delle emozioni e dell'area psicosomatica)

La tecnica permette di accedere ai trumi gravi con la T maiuscola (incidenti, lutti, abusi e violenze fisiche e psicologiche) e riorganizzare la memoria con lo scopo di permettere a questi ricordi di non condizionare la vita attuale del paziente. Così da permettere di lasciare il passato nel passato senza conseguenze.



In quali casi è consigliata la terapia EMDR?


La terapia EMDR è fortemente raccomandata quando la persona vuole elaborare e risolvere episodi e avvenimenti negativi della sua vita (traumi)

Episodi di violenza gravi, ma anche bullismo o conflitti sul posto di lavoro.

Altrettando per una separazione dalla persona amata, un abbandono, la morte di una persona cara sono tutti eventi della vita che spesso necessitano una elaborazione psicologica profonda.





La sessuologia, si occupa di studiare la sessualità, dal punto di vista biologico, psicologico, relazionale e anche storico e socio-culturale.

Il sessuologo e’ quel professionista che ha previamente conseguito una laurea in psicologia o medicina e successivamente una specializzazione quadriennale in sessuologia clinica. - Fabrizio Assumma



Quando una persona dovrebbe rivolgersi ad un sessuologo?


Le persone possono rivolgersi ad un sessuologo per avere informazioni corrette e scientifiche sulla sessualità, quando hanno delle difficoltà a livello sessuale (previa regolare visita con ginecologo o andrologo per sincerarsi che non vi siano patologie che posano essere la causa del disturbo), oppure  nel voler  vivere bene le relazioni a causa di un malessere legato a questo aspetto della loro vita, o perché desiderano viverla meglio, ravvivarla o semplicemente iniziare a viverla.



Come funziona in genere la terapia?


La terapia comprende un percorso di sedute con il terapeuta, con il quale si parla dei propri vissuti, talvolta può essere necessario somministrare test inerenti sia la sessualità che la personalità dell’individuo; a seconda della problematica vengono poi proposte delle vere proprie mansioni, esercizi ed attività da fare a casa, da soli o anche in coppia, se si sta vivendo una relazione, ma dipende appunto dal motivo che ha portato la persona a chiedere consulenza.



Che cosa ci si deve e può aspettare da una terapia sessuologica?


Sicuramente conoscere meglio se stessi non solo, ma anche da un punto di vista sessuale, ci si può aspettare di scoprire un nuovo modo di relazionarsi e scoprire un modo differente e più sereno, libero e piacevole di vivere la sessualità. Poter superare le difficoltà se si soffre di disfunzioni specifiche. O semplicemente riuscire a rompere tabu’ e falsi miti che potrebbero influenzare la nostra sessualita’.



Quanto tempo dura in genere una terapia con il sessuologo?


Se il percorso è per migliorare degli aspetti di una sessualità funzionale poche sedute, 4/5.

Se la terapia è richiesta a causa di una difficoltà sessuale (disturbi di desiderio, eccitazione, orgasmo), dipende molto dalla problematica e dall’impegno che l’individuo mette nel seguire ciò che viene prescritto.




PSICOTERAPIA INFANTILE - Chiara Leoni



Quando e perché il bambino ha bisogno di psicoterapia?


Il bambino puó attraversare momenti di crisi dovuti allo sviluppo o a eventi stressanti (divorzio, nascita di fratelli, cambi di domicilio o Paese, cambi di scuola, lutti familiari, situazioni traumatiche dovute a incidenti o problemi di salute personali o familiari). Molto spesso il bambino lancia una richiesta di aiuto attaraverso un comportamento ritenuto problematico a casa, a scuola o in entrambi gli ambiti (problemi di sonno / alimentazione / controllo sfinterico, capricci, cattiva condotta a scuola, scarso rendimento accademico, aggressivitá). Ogni comportamento ritenuto problematico deve essere interpretato come sintomo derivato da qualche evento stressante che spesso, a prima vista, gli adulti non riescono a individuare.

Compito dello psicoterapeuta é decifrare il significato di questo comportamento o malessere emozionale e offrire al bambino e alla famiglia strategie per superarlo.

 


Quali sono le teniche usate in psicoterapia infantile?


A prescindere dall’orientamento terapeutico, la psicoterapia infantile é molto diversa da quella dell’adulto. Il bambino non espone razionalmente e verbalmente un problema, perché si trova in una fase dello sviluppo basata sul funzionamento simbolico: il bambino “parla” non tanto attraverso il linguaggio, ma soprattutto con i mezzi di espressione tipici della sua etá, basicamente il gioco, il disegno, il movimento. In psicoterapia infantile é imprescindibile entrare in relazione con il piccolo paziente attraverso questi mezzi e usare un setting adatto, dove questi possa avere la libertá di sedere sul pavimento, sperimentare con materiali, muoversi con il corpo, etc. con l’accompagnamento del terapeuta che, poco a poco, dará senso insieme a lui e ai genitori a quanto emerso nello spazio di terapia.


 

Che differenza esiste tra il trattamento psicoterapeutico del bambino e quello dell’adolescente?


L’adolescenza é un momento chiave per la psicoterapia, in quanto si tratta di un periodo del ciclo vitale nel quale la persona “attualizza” le fasi di sviluppo passate nell’infanzia, e quindi, ha la possibilitá di risolvere aspetti che possono essere rimasti incagliati. La psicoterapia dell’adolescente é una via di mezzo tra quella del bambino e quella dell’adulto: non é tanto “simbolica” come la prima, non é tanto “verbale” come la seconda.

Nella psicoterapia dell’adolescente entrano maggiormente in gioco aspetti di “privacitá”, poiché si tratta di un momento vitale in cui assume molta importanza il rispetto della confidenzialitá di quanto emerso in terapia e questo aspetto va saputo giocare adeguatamente stabilendo con il giovane e la famiglia i limiti di tale confidenzialitá e regole chiare relative a setting terapeutico, orari, frequenza delle sessioni, etc.

 


Quale relazione instaura lo psicoterapeuta con i genitori del bambino o adolescente?


In psicoterapia infantile non si lavora mai solo con il bambino o adolescente. Assume una rilevanza importante il lavoro con la famiglia, sia per ovvie ragioni legali, sia perché il problema presentato dal minore ha evidentemente sempre a che vedere con le dinamiche familiari e il lavoro con i genitori stessi puó essere chiave per la risoluzione del problema.

Personalmente ritengo importante lavorare attraverso questo tipo di setting: una prima sessione congiunta con minore e genitori per esplorare la richiesta e stabilire le basi della relazione terapeutica; alcune sessioni esplorative con il minore per costituire la relazione; una sessione solo con i genitori per fare una accurata anamnesi familiare, perinatale e infantile e una prima devoluzione di aspetti osservati; oltre alle sessioni individuali con il bambino, sessioni periodiche solo con i genitori e/o congiunte genitori/bambino per esplorare e lavorare su dinamiche relazionali.

 



PSICOTERAPIA PERINATALE - Chiara Leoni



Quando é indicata la psicoterapia in gravidanza e postparto?


Quando si sperimentano sintomi di ansia o depressione durante gravidanza, postparto e primo anno di vita del bambino, é molto importante ricorrere a uno specialista che conosca la specificitá del lavoro terapeutico in queste fasi vitali.

Si tratta infatti di periodi molto delicati, la presenza di malessere durante i quali puó incidere negativamente sulla qualitá del legame con il bambino.

Altri ambiti critici sono: riproduzione assistita (a causa dell’impatto fisico ed emozionale del trattamento); perdite gestazionali o perinatali anteriori, aborti previ, lutti anteriori (a causa della necessitá di elaborare una perdita che spesso non é superata, puó riattivarsi e rendere difficile la gravidanza, il parto stesso e il vincolo con il neonato); paura del parto; paure durante la gravidanza (timore di non essere all’altezza o che il bambino possa avere problemi); reali problemi di salute o malformazioni del feto; problemi nella coppia o nella famiglia, mancanza di sostegno familiare/sociale, problemi emozionali previ alla gravidanza della donna.




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